• 14 Giugno 2024 6:26

Clinica della Coppia

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Le radici dell’omosessualità e dell’omofobia

Le radici dell'omosessualità e della omofobia

Le radici dell’omosessualità e dell’omofobia

Terapie Online Giuliana Proietti

In un articolo apparso su Scientific American, Jesse Bering, direttore dell’Institute of Cognition and Culture presso la Queen’s University di Belfast riporta un interessantissimo carteggio di 15 anni fa, sul tema dell’omosessualità e dell’omofobia. Lo riportiamo quasi integralmente, per la sua attualità e per la non sempre facile disponibilità di questi dati sui media tradizionali.

Nel 1995-1996 due autorevoli psicologi evolutivi, Gordon Gallup del SUNY-Albany e John Archer della University of Central Lancashire, discussero lungamente in quattro articoli pubblicati su Ethology and Sociobiology dell’avversione verso l’omosessualità (colloquialmente chiamata “omofobia“, anche se entrambi gli autori riconoscono che questo è un termine improprio, in quanto si riferisce più ad un atteggiamento negativo verso un particolare gruppo demografico che ad una reale sensazione di paura verso queste persone).

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In particolare, essi si chiesero se l’omofobia fosse un effetto della selezione naturale o piuttosto un atteggiamento dovuto alla cultura e ai pregiudizi con essa trasmessi.

Dal 1996, a parte questo scambio di riflessioni sul tema, nessun altro ricercatore o scienziato sociale sembra essersi posto il problema di definire cosa sia realmente l’omofobia e quali siano le sue radici.

Archer cercò di individuare le ragioni che potevano aver favorito, dal punto di vista dell’adattamento, l’avversione verso il comportamento omosessuale, mentre Gallup guardava alle cose da una prospettiva molto diversa: invece di chiedersi perché vi fosse un tale sdegno nei confronti delle persone gay o se la tolleranza verso i comportamenti omosessuali potesse modificarsi nel tempo e nelle varie culture, si chiese perché non vi fossero al mondo delle culture pro-omosessualità, senza riserve.

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Gallup, insieme a Susan Suarez, nel 1983, aveva ipotizzato che gli atteggiamenti negativi verso gli omosessuali fossero l’effetto implicito delle preoccupazioni dei genitori nei confronti dei figli:

“Le cosiddette reazioni omofobe sono proporzionali alla misura in cui l’omosessuale occupa una posizione che potrebbe fornire il contatto prolungato con dei bambini, o che potrebbe permettere alla persona di influenzare la sessualità emergente di un bambino”.

Ricordiamo che il comportamento adattivo non è altro che un comportamento che privilegia anzitutto la riproduzione genetica. Investire pertanto su una persona, come il gay, che non può riprodursi, o che sceglie di non riprodursi, può essere un investimento non redditizio da parte dei genitori, anche nei confronti di un proprio figlio biologico. Gallup cercò di provare questa ipotesi del comportamento omofobico inconsapevole, guidato dalla genetica e dai comportamenti genitoriali.

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Nel primo dei suoi quattro studi,  Gallup somministrò ad un gruppo di 167 soggetti maschi e femmine, dichiaratisi eterosessuali, di valutare il loro “disagio” nella interazione con soggetti omosessuali che svolgevano diversi lavori. È importante sottolineare che queste occupazioni variavano lungo una sola dimensione: la misura in cui il lavoro comportava l’interazione con i bambini. Sono state considerate nove professioni-campione: tre offrivano un alto livello di contatto con i bambini (insegnanti, autista di autobus scolastico, medico) e sei con uno scarso o moderato contatto con i bambini  (avvocato, operaio edile, impiegato di banca, pilota, meccanico, addetto alla vendita) . Come previsto, il grado di disagio sperimentato dagli eterosessuali è risultato significativamente correlato con la probabilità che le persone di queste categorie potessero entrare in contatto con dei bambini.

Curiosamente, l’idea del medico gay suscitava il maggior disagio tra i partecipanti, una scoperta inattesa da Gallup, che tentò di spiegare il fenomeno in due modi: 1. l’accesso privilegiato che potrebbe avere il medico gay ai genitali dei bambini durante una normale visita di routine, oppure 2. la possibilità di trasmissione del virus HIV al bambino, ad esempio attraverso il sangue o gli aghi delle siringhe.

Queste ipotesi furono approfondite nel secondo studio di Gallup, in cui si parlava unicamente di medici, nelle diverse specialità, che potevano avere contatti più o meno ravvicinati con i bambini: pediatra, psichiatra infantile, medico generico, cardiologo, neurochirurgo, gerontologo. I partecipanti dichiararono il loro massimo disagio nella possibilità di dover interagire con medici che potevano utilizzare tecniche “invasive”, come il neurochirurgo. Ma il quadro cambiò drasticamente quando fu detto ai partecipanti che il medico era gay: in questo caso quale specialista li avrebbe messi più a disagio? Contrariamente a quanto aveva ipotizzato Gallup riguardo al timore di una esposizione al virus HIV, questa possibilità sembrava influire poco o nulla sugli atteggiamenti delle persone verso i medici gay: era piuttosto il possibile contatto intimo con i figli che produceva il massimo disagio nelle persone.


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I partecipanti allo studio non accettavano soprattutto il pediatra gay rispetto ad altre figure di medici gay. Ad esempio, i neurochirurghi gay, che potevano essere associati con la trasmissione del virus HIV, non sembravano suscitare la minima avversione.

Nel terzo studio di Gallup vi furono altre interessanti scoperte. Al campione di giovani partecipanti allo studio fu chiesto di immaginare di avere un figlio o una figlia, di 8 anni, o di 21 anni, cui era stato chiesto di trascorrere la notte a casa di un amico/a. Su una scala da 1 (“non sono affatto turbato”) a 4 (“sono molto turbato”), in qualità di genitori di questo ipotetico figlio, si è chiesto ai partecipanti allo studio quanto sarebbero rimasti turbati, se avessero saputo che uno dei genitori dell’amico/a era gay. Risultato: i partecipanti hanno espresso preoccupazione soprattutto per il figlio più giovane (quello di 8 anni), nel timore che potesse essere esposto alla frequentazione del genitore omosessuale del suo stesso sesso ( il figlio maschio che conosce l’amico gay del padre o la figlia femmina che conosce l’amica gay della madre).

Questa preoccupazione risultò particolarmente pronunciata (preoccupazione media = 3,3) per i partecipanti di sesso maschile, nel pensare che il loro figlio immaginario di otto anni potesse entrare in contatto con il partner gay del padre del suo amico (rispetto al 2,3 relativo alla bambina che conosce la partner lesbica della madre dell’amica ). I partecipanti allo studio non si sono invece troppo preoccupati del figlio maggiorenne:  l’esposizione della figlia ventunenne alla partner lesbica della madre è risultato comunque meno preoccupante (1,6), dell’esposizione del ventunenne maschio al partner gay del padre (2.3) . L’omofobia dei partecipanti allo studio si è tradotta dunque in termini di credenze popolari circa l’impressionabilità sessuale dei bambini.

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L’ultimo studio di Gallup, l’ “Homosexual Reproductive Threat Scale”, ha riguardato quasi duecento persone della zona di Albany ed ha utilizzato una vasta gamma di variabilità demografica (età, sesso, religiosità, istruzione, numero di amici gay). I partecipanti dovevano rispondere ad affermazioni quali: “mi sentirei a disagio se venissi a sapere che la maestra di mia figlia è lesbica“, oppure “mi sentirei a disagio se venissi a sapere che il mio vicino è un omosessuale“, e così via.

Il maggiore comportamento omofobo era dato dalle variabili relative al sesso del partecipante (i maschi sono più contrari all’omosessualità) e dal suo grado di religiosità  (i più religiosi sono i più omofobi). Lo status di “genitore” è risultato inoltre indipendentemente correlato con atteggiamenti negativi verso gay e lesbiche e questo effetto è risultato particolarmente rilevante per i padri, rispetto alle madri. I più omofobi di tutti risultarono infatti i padri con figli piccoli.

Un anno dopo Gallup pubblicò la sua teoria dell’omofobia, che Archer criticò sulla stessa rivista. “Sostengo”, scrisse Archer “che vi sia stata una eccessiva propensione a ritenere che il tipo di comportamento umano osservato nello studio possa essere compreso in termini di adattamento”.Per Archer infatti l’omosessualità non deriva dal comportamento non conforme al genere sessuale osservato nella prima infanzia e non dipende da una sorta di “seduzione” infantile, vissuta in particolare dai bambini maschi. Piuttosto, ciò che preoccupa Archer è il legame tra pedofilia e omosessualità maschile che viene costantemente rilevato dai media, così come la tendenza a considerare “devianti” tutti quei comportamenti che non seguono un orientamento eterosessuale.

Gallup reagì a questa affermazione riguardo alla congiura dei media, portando dei dati: “Sebbene l’incidenza dei pedofili eterosessuali superi quella dei pedofili omosessuali nella misura di due a uno, nella popolazione generale gli individui con orientamento eterosessuale sono più numerosi di coloro che hanno un orientamento omosessuale, nella misura di 20 a 1. Quindi, anche se ci fossero meno omosessuali pedofili degli eterosessuali pedofili, la percentuale dei pedofili omosessuali risulta notevolmente superiore a quello dei pedofili eterosessuali. I pedofili omosessuali inoltre tendono ad essere altamente promiscui. Nel 1987, il numero medio di vittime dei pedofili eterosessuali è stato di 19,8 unità, mentre tra i pedofili omosessuali, il numero medio di vittime è stato 150,2. Poiché producono più vittime dunque, i pedofili omosessuali hanno una maggiore probabilità di essere arrestati, e questo potrebbe spiegare la sproporzione della loro rappresentanza nelle statistiche degli arrestati per crimini sessuali”.

 

Inoltre, Gallup sostiene di non aver mai detto che l’essere sedotto da un pedofilo gay sia l’unica strada verso l’omosessualità.

Recenti studi offrono qualche supporto per il modello Gallup: uomini che sono stati abusati sessualmente da bambini da parte di soggetti dello stesso sesso hanno maggiori probabilità rispetto ai maschi non abusati di avere relazioni omosessuali da adulti. La maggior parte dei ricercatori ritengono che vi sia una sorta di “imprinting sessuale” un processo che si verificherebbe nel primo periodo dello sviluppo, che potrebbe contribuire a spiegare questo effetto, così come il feticismo e le parafilie. Si noti inoltre che alcuni tra i più virulenti omofobi di oggi si possono trovare fra gli educatori dei giovani, il che è coerente con il modello di imprinting sessuale. Bambini e adolescenti mostrano, non a caso, una ostinata riluttanza a tollerare gay e lesbiche ed anche questo comportamento potrebbe essere considerato un comportamento adattivo, in quanto evita l’orientamento sessuale nei confronti di soggetti dello stesso sesso. Gallup riporta anche il dato secondo il quale i ragazzi le cui prime esperienze di masturbazione si sono svolte insieme ad altri ragazzi abbiano maggiori probabilità di diventare omosessuali, rispetto a coloro che usavano masturbarsi in solitudine.

Archer ha una teoria alternativa per spiegare i risultati di Gallup. I gay, sostiene, sono stati omogeneizzati in pedofili stereotipati a causa delle distorsioni prodotte dai media, proprio come i razzisti inglesi definiscono chiunque sia di origine asiatica, che provenga dal Pakistan, dal Bangladesh, dallo Sri Lanka, come “Pakis”. In questo senso la xenofobia va intesa come una strategia adattativa che in un passato ancestrale, dice Archer, combatteva la minaccia sempre presente di dissidenza sociale all’interno dei gruppi , così come l’invasione da parte di altri gruppi.

Ma, risponde Gallup, questo non spiega ancora i dati. Come può la xenofobia spiegare il fatto che studenti universitari che devono ancora diventare genitori si sentano più a disagio all’idea di essere in presenza di un insegnante omosessuale piuttosto che di un operaio edile omosessuale, o di un pilota di linea gay? Allo stesso modo, può la xenofobia spiegare il fatto che gli studenti si sentano maggiormente a disagio se il pediatra o il medico di medicina generale sono omosessuali, rispetto all’orientamento sessuale del neurochirurgo?

E qui è dove il dibattito si è fermato. Speriamo che questa lunga discussione di quindici anni fa, conclude l’autore dello studio, possa riaccendere l’interesse per una nuova ricerca. Oggi molte cose sono cambiate e sicuramente le risposte date nel 2011 potrebbero essere più favorevoli nei confronti dei gay ma, come ogni psicologo sociale ben sa, riferisce ancora Bering, non sempre ci si può fidare di quello che si afferma in uno studio scientifico, perché non sempre ciò che si dice riflette i propri reali atteggiamenti privati.

Dr. Giuliana Proietti

Giuliana Proietti

Fonte:

Natural homophobes? Evolutionary psychology and antigay attitudes, Scientific American

Immagine:

Wikimedia

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Di Dr. Giuliana Proietti

Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa di Ancona ● Attività libero professionale, prevalentemente online ● Saggista e Blogger ● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale ● Conduzione seminari di sviluppo personale ● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici ● Co-fondatrice dei Siti www.psicolinea.it, www.clinicadellacoppia.it, www.clinicadellatimidezza.it e delle attività loro collegate, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali e del loro legame con la sessualità. Sito personale: www.giulianaproietti.it La Dr.ssa Giuliana Proietti presta la sua attività professionale su Clinica della Coppia come Direttrice Scientifica e Terapeuta Senior.

1 commento su “Le radici dell’omosessualità e dell’omofobia”
  1. Prima di tutto io ho sempre saputo che chi subisce abusi sessuali da piccolo ha più probabilità di commetterli a sua volta , non di diventare omosessuale (che significa poi “avere relazioni omosessuali”?); inoltre da dove sono tratti questi dati? Secondo, i dati che vogliono gli omoessuali più propensi alla pedofilia, mi paiono non tener conto della sottostima che al mondo c’è degli omosessuali/sessuali (la maggior parte non si dichiarano mia, e vivono sotto una patina di finta eterosessualità per tutta la vita), secondo mi pare poco conciliabile questo dato visto con quello che vuole le bambine molto più oggetto di abuso dei bambini, mentre sei il rapporto di 20:1 indicato fosse vero la quota di maschi e femmine abusati di dovrebbe quasi equivalere.

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