• 9 Dicembre 2025 12:42

Vita delle donne nelle famiglie ricomposte

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Vita delle donne nelle famiglie ricomposte

Dr. Giuliana Proietti - Contatti

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Questo articolo presenta i risultati di una “duoetnografia”, una forma collaborativa di autoetnografia che utilizza l’esperienza personale come lente critica per esplorare strutture sociali più ampie. Le autrici, due ricercatrici universitarie e senza figli, riflettono sulla loro “metamorfosi” dalla condizione di single a partner conviventi con i rispettivi partner eterosessuali divorziati e i loro figli da precedenti relazioni.

L’analisi riprende e sviluppa una conversazione avviata tre anni prima, durante la pandemia, quando le studiose riflettevano sull’isolamento sociale, e ora si concentra sulla complessità delle “famiglie ricostituite (o ricomposte) coabitanti”. Queste strutture familiari, al di fuori del matrimonio o delle unioni civili, si trovano spesso in uno stato di ambiguità sociale e legale: cerchiamo di capire perché.

Cosa è la famiglia oggi?

Quando due generazioni di una famiglia risiedono nella stessa casa come famiglia nucleare, questa viene spesso considerata la “struttura familiare ideale” (Letiecq, 2019; Smith, 1993). Secondo il codice ideologico della “Famiglia Nordamericana Standard (SNAF)”, i genitori sono tenuti a svolgere i “ruoli tradizionali di genere e coniugalità” (Smith, 1993).

Tuttavia, la società contemporanea vede un crescente riconoscimento di strutture familiari più diversificate e complesse, tra cui genitori single (Radcliffe et al., 2022), genitori LGBTQ (Goldberg e Allen, 2020; Huffman et al., 2020), famiglie ricostituite risposate (Papernow, 2013, 2018; Sanner, 2023) e altre tipologie.

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Cosa è la convivenza?

La convivenza è una tipologia familiare in crescita in diverse regioni del mondo (Cunningham & Thornton, 2005; DeRose, 2017; Hill, 2019). Sebbene serva per testare la compatibilità o offrire compagnia, essa spesso manca degli standard sociali e delle tutele legali associati al matrimonio o alle unioni civili.

Questa complessità è accentuata nel contesto della convivenza con partner che hanno figli da precedenti relazioni, poiché coinvolge le dinamiche tra più nuclei familiari. I partner conviventi devono abilmente destreggiarsi nell’intricata rete di interazioni, stabilendo la propria identità unica in un contesto in cui le dinamiche di genere (inclusa la disuguaglianza nelle responsabilità domestiche) rendono l’ambito unico da esplorare.

Nelle famiglie tradizionali ci sono ancora differenze di potere fra i due partners?

Sì. Un esempio classico di questa situazione sono i lavori domestici e la cura dei figli. Questo lavoro non retribuito e spesso invisibile opera a tutti i livelli strutturali, limitando la partecipazione delle donne al lavoro retribuito e rafforzando il predominio degli uomini all’interno della casa. Nelle relazioni eterosessuali, la distribuzione ineguale del lavoro domestico è profondamente radicata nelle dinamiche di potere e nell’accesso alle risorse economiche, conferendo agli uomini il “potere derivante dalle loro posizioni strutturali” per definire ideologie culturali di genere che legittimano la disuguaglianza (Treas & Tai, 2016).

Famiglie Ricostituite Coabitanti: Ambiguità e Difficoltà

Le famiglie ricostituite coabitanti si trovano in uno stato di ambiguità legale e sociale. A differenza delle famiglie nucleari tradizionali, dove i ruoli di genere sono definiti a livello istituzionale, in queste strutture le responsabilità di assistenza e i confini relazionali devono essere negoziati, anziché prescritti.

Tali arrangiamenti ambigui creano condizioni particolari per le donne senza figli che coabitano con partner e figli. Su di loro ricade l’aspettativa di assumere un ruolo di assistenza, pur mancando di autorità e riconoscimento sociale, associati all’essere/svolgere un ruolo di “madre ma non madre” (Papernow, 2018; Slotter et al., 2024; Weaver & Coleman, 2005, p. 477).

La ricerca indica che le “matrigne” in queste famiglie incontrano più critiche e risentimento da parte dei figliastri rispetto ai patrigni (Claxton-Oldfield, 2000), a causa dell’aspettativa profondamente radicata che le donne debbano adottare ruoli di cura e maternità, pur venendo giudicate più severamente per questo.

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L’Invisibilità e la Resistenza al Ruolo

L’invisibilità legale e sociale in queste famiglie favorisce l’ambiguità di ruolo, poiché le partner conviventi possono resistere all’etichetta di “genitore acquisito” per evitare obblighi o conflitti. Questa resistenza mette in discussione il presupposto che gli individui in questo ruolo debbano integrarsi come caregiver (Papernow, 2018).

La gestione di tale tensione, unita al mantenimento delle responsabilità professionali, crea un doppio onere, che rimane invisibile.

Questi accordi ambigui creano condizioni in cui le responsabilità di assistenza e i limiti relazionali devono essere negoziati anziché prescritti, poiché divergono dai tradizionali copioni familiari, in cui le norme di genere spesso dettano ruoli e aspettative di genere specifici per uomini e donne all’interno della famiglia.

In un racconto delle autrici:

Quando io e il mio compagno abbiamo iniziato a condividere le nostre vite e i nostri spazi abitativi, ho sentito una naturale curiosità di conoscere i suoi figli, nati da precedenti relazioni. Ha due figli, uno vive con lui e l’altro con la madre. La prospettiva di costruire un legame con questa giovane anima che vive con lui prometteva di formare una famiglia armoniosa . Eppure, man mano che la realtà si dipanava, mi sono resa conto che questo percorso era tutt’altro che lineare. La bambina portava con sé una vita che aveva già preso forma prima del mio arrivo. Non essendo mai stata sposata prima e non avendo figli miei, mi sono ritrovata a destreggiarmi nei territori delle dinamiche familiari ricostituite.

NÉ L’UNA/NÉ L’ALTRA: Il Ruolo Indefinito delle Donne

Le autrici utilizzano i loro racconti per sfidare le ipotesi eteronormative di famiglia. Il loro ruolo è in uno “spazio liminale, né familiare né estranea”, in una zona grigia dove le aspettative sono imposte e inespresse.

Come illustra una di loro in un racconto, relativo al rapporto con i figli del partner:

Poiché la figlia del mio compagno ha trascorso i primi anni con i nonni, ha sviluppato una serie di comportamenti inappropriati che si sono manifestati in modi imprevisti e diversi. Essendo profondamente impegnata nell’educazione, non ho potuto fare a meno di sentirmi obbligata a intervenire per guidarla verso un percorso più stabile. Ma le dinamiche di convivenza si sono rivelate un avversario formidabile. I miei sforzi per rimodellare i suoi comportamenti si sono scontrati con la resistenza di suo padre, il mio compagno. Il divario cresceva a ogni tentativo, e i nostri approcci contrastanti non facevano che esacerbare la situazione. Mentre io credevo nella disciplina strutturata e nei limiti educativi, il mio compagno propendeva per un approccio più permissivo, motivato dalla paura di alienare suo figlio. Le nostre diverse posizioni trasformavano il nostro spazio condiviso in un’arena di strategie contrastanti. Quando cercavo di stabilire delle routine e di far rispettare i limiti, il mio compagno interveniva spesso, vanificando i miei sforzi. Era una danza di discordia, in cui ogni passo intensificava il caos. Il suo comportamento, anziché migliorare, precipitò in un vortice sconcertante di sfida e imprevedibilità.

Con il passare dei giorni, mi sono scontrata con un profondo senso di impotenza. Mi veniva ancora una volta ricordato che non ero sua madre, e i confini di quel ruolo sociale sembravano limitarmi. Eppure, non potevo ignorare il tumulto che si stava dispiegando davanti ai miei occhi. Una sera fatale, la tensione raggiunse l’apice. Un disaccordo sul suo comportamento si trasformò in un acceso litigio tra me e il mio compagno, punteggiato da parole offensive che aleggiavano nell’aria. La consapevolezza si fece chiara in entrambi. Decisi di andarmene di casa e tornare dai miei genitori.

All’epoca ero incinta. Il peso della nostra relazione in crisi e le imminenti responsabilità della maternità mi opprimevano. Di fronte a questo vortice di emozioni, decisi di porre fine a questa relazione. Purtroppo, non posso dare alla luce un figlio senza sposarmi, e poiché avevo deciso di porre fine a questo caos, ho dovuto prendere una decisione straziante: abortire. È stata una scelta segnata da dolore e incertezza, una scelta che ha sottolineato la complessità della nostra convivenza. In seguito, le nostre strade si sono momentaneamente separate e ci siamo riunite, seppur in condizioni critiche: non avrei più vissuto con suo figlio. È stata una decisione carica di conflitti interiori, un riconoscimento che non era giusto nei suoi confronti. Eppure, è stata una scelta imposta dalla necessità, guidata dagli imperativi di autoconservazione e dalla sopravvivenza della nostra relazione.

La loro posizione è quella di “estranee intime” (Papernow, 2013, 2018), mentre il genitore biologico assume la posizione di “familiare”. Questa dinamica può far sentire patrigni e matrigne abbandonati e può intensificare la resistenza emotiva dei bambini alla loro presenza.

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Ecco un altro racconto:

Nella mia storia di convivenza, un filo conduttore di complessità ruotava attorno a una figura centrale: la figlia del mio compagno, che portava confusione e rivelazione nella nostra casa condivisa. Non era solo una presenza; era una forza che metteva costantemente alla prova i confini del mio ruolo nella sua vita. Fin dall’inizio, fu evidente che la mia posizione non era né quella di madre né quella di matrigna. Vivevo in uno spazio liminale, né familiare né estranea, intrappolata in una zona grigia dove le aspettative erano sia imposte che inespresse. La sua curiosità sul mio posto nel suo mondo era evidente. “Non sei mia sorella, non sei mia madre”, mi disse una volta durante un litigio, e la sua domanda echeggiava nello spazio tra noi. “Perché sei qui?” Era una domanda che non aveva una risposta chiara. Non ero sua madre, e di certo non ero sua sorella. Non ero legata da vincoli di sangue, eppure ero intrinsecamente intrecciata al tessuto della sua vita quotidiana.

Il Conflitto di Ruolo e la Performatività

Il processo di convivenza ha imposto alle autrici la pressione di “conformarsi alle aspettative tradizionali di accudimento”, nonostante la loro identificazione principale come “professioniste indipendenti e partner sentimentali”. La società patriarcale presuppone che le donne debbano abbracciare la maternità con disinvoltura (Christopher, 2012), un’aspettativa che è in conflitto con la loro auto-percezione.

Questo conflitto sottolinea il concetto di performatività di genere (Butler, 1990), per cui i ruoli sono interpretati in base alle aspettative sociali. Tuttavia, le autrici resistono, tessendo fili di “queernes” nelle loro narrazioni: “Invece di adottare ruoli predefiniti, abbiamo creato attivamente i nostri ruoli, adattandoli alle loro aspirazioni e identità”.

Un esempio di interruzione del ruolo professionale è evidente nel racconto in cui una coautrice viene incalzata a fare da tutor:

La tensione è aumentata quando ho rifiutato, affermando: “Questa non è una mia responsabilità. Ho un dottorato di ricerca e sono un’educatrice professionista, ma non sono qui per farti da tutor né da madre mentre lei non c’è.”

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DOVE C’È (E DOVE NON C’È) IL CONFINE: I Confini nelle Vite Condivise

Il fenomeno del “secondo turno” (Hochschild e Machung, 2012), in cui le donne tornano a casa per responsabilità domestiche sproporzionate, impone un onere di assistenza in aggiunta alle carriere professionali. La loro identità professionale viene “offuscata da un bisogno emergente di svolgere un ruolo di assistenza”. L’onere di impegnarsi nel ruolo di genitore acquisito ricade spesso sulle donne, anche quando le aspettative di ruolo non corrispondono a come esse si percepiscono (Weaver & Coleman, 2005).

Dr. Giuliana Proietti

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Psicoterapeuta Sessuologa
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Duoetnografia e Teoria Queer: Gli Strumenti di Analisi dell’articolo preso in esame

L’articolo utilizza la “Duoetnografia”, una forma collaborativa di autoetnografia, per esplorare la complessità della coabitazione, consentendo un esame approfondito di esperienze personali che sono spesso trascurate (Gao & Sai, 2024).

Adottando un approccio di “teoria queer”, non per identità sessuale, ma per “trascendere la normatività” (Anand & Mitra, 2022), le autrici esaminano l’interazione tra genere, strutture familiari e sfide sul posto di lavoro. La teoria queer, arricchita da intuizioni femministe, permette di analizzare:
1. Come le famiglie ricostituite coabitanti costruiscono identità e confini in assenza di ruoli formalizzati.
2. La natura fluida e negoziata dei ruoli nel tempo.
3. L’influenza delle norme sociali sulle aspettative dei ruoli femminili.
4. L’impegno delle donne nel resistere ai ruoli materni prescritti.

Questo approccio si fonda sull’autoetnografia riflessiva femminista (Allen, 2000, 2023) per teorizzare la complessità familiare attraverso l’esperienza vissuta e per “esaminare come il particolare dell’esperienza privata possa far luce sulle strutture e sui processi sociali generali, e viceversa” (Allen, 2023).

Dr. Giuliana Proietti

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Fonte:
Sharing a home, but not a family: The unspoken stories of cohabiting with divorced partners and their children
Linna Sai, Grace Gao Journal of Family Theory & ReviewVolume 17, Issue 3 https://doi.org/10.1111/jftr.70005

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Foto di Vidal Balielo Jr.

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Di Dr. Giuliana Proietti

Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa  ANCONA FABRIANO CIVITANOVA MARCHE TERNI e ONLINE ● Attività libero professionale, prevalentemente online ● Saggista e Blogger ● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale ● Conduzione seminari di sviluppo personale ● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici ● Co-fondatrice dei Siti www.psicolinea.it, www.clinicadellacoppia.it, www.clinicadellatimidezza.it e delle attività loro collegate, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali e del loro legame con la sessualità. Sito personale: www.giulianaproietti.it La Dr.ssa Giuliana Proietti presta la sua attività professionale su Clinica della Coppia come Direttrice Scientifica e Terapeuta Senior.

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