• 13 Luglio 2024 6:42

Clinica della Coppia

Che l'amore è tutto è tutto quello che sappiamo dell'amore. Emily Dickinson

Omosessualità e boy scout

Omosessualità e boy scout

Omosessualità e boy scout


Dr. Giuliana Proietti
Tel. 347 0375949
Psicoterapeuta Sessuologa
Ancona, Civitanova Marche, Fabriano, Terni, Online
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Nell’immaginario collettivo, i boy scouts sono dei bravi ragazzi: aiutano il prossimo, compiono buone azioni quotidiane, amano la natura e la semplicità, spesso si riuniscono in accampamenti e organizzano bivacchi per mettere alla prova le loro capacità di autosufficienza ed efficienza, anche in condizioni di disagio e di difficoltà. Da un lupetto o da un boy scout insomma non ci si aspetterebbe mai un interesse esplicito verso la sessualità, neanche fra i capi: lo stereotipo rappresenta questa figura educativa come assolutamente retta e casta.

Eppure, quando gli scout non sono in divisa, sono ragazzi come gli altri: otto ragazzi su dieci bevono, il 90% ammette rapporti prematrimoniali, il 40% non crede in Dio. E che dire della sessualità? Quanto sono attratti gli scout dal sesso? I campi estivi possono essere un’occasione di iniziazione? E, in tal caso, vista la rigida separazione fra maschi e femmine, sono i rapporti omosessuali quelli più frequenti?

A24/A3

Cominciamo il nostro viaggio nel pianeta scout partendo dagli Stati Uniti, dove lo scoutismo è un’istituzione molto autorevole, fondata nel 1910, che ha come presidente onorario niente meno che Barack Obama. L’associazione si vanta di formare la futura classe dirigente americana ed è considerata un modello per forgiare le menti ed i corpi dei giovani esploratori. Eppure, proprio in questa apparentemente sanissima organizzazione giovanile, si sono registrati abusi pedofili ai danni di almeno 50 boy scout, che hanno sporto denuncia contro i loro leaders.

E’ il caso del maggiore Drew Belnap, ora medico nell’esercito americano, che fu violentato da un capo scout a 15 anni. Il medico ha fatto causa ai Boy Scout d’America per “negligenza”: nella sua deposizione l’ex boy scout ricorda che circolava molto alcol, si faceva la doccia insieme e c’era molta promiscuità.

A pochi mesi da questo enorme scandalo di pedofilia, la Boy Scouts of America (BSA) è ora tornata a far parlare di sé, legando il suo nome di nuovo all’omosessualità, ma questa volta per un motivo positivo: la decisione storica di accettare al proprio interno anche gli adolescenti gay. Dal 1991 infatti, i gay (giovani esploratori e leaders) non possono aderire all’associazione, in quanto considerati incompatibili con il giuramento richiesto ai novizi di mantenersi, tra l’altro, “moralmente sani”. E un gay, nella loro opinione, non poteva avere questa caratteristica.

A sorpresa dunque, lo scorso mese di maggio, il 61% dei 1400 delegati dell’organizzazione BSA si è espresso in favore dell’accettazione degli scout gay, decisione che sarà effettiva dal prossimo gennaio 2014. Una vera rivoluzione, che non può che aver fatto piacere alle associazioni nate nel frattempo per perorare la causa dei gay aspiranti scout (Scouts for Equality e Inclusive Scouting Network), ma va detto che resta saldamente in vigore il principio di esclusione per i leader gay (per fare un esempio, due scouts adulti che qualche giorno fa hanno sfilato in divisa al gay pride dello Hutah sono stati prontamente espulsi).

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Come disse il famoso speaker radiofonico Adrian Cronauer, l’unica differenza fra gli scout e l’esercito è che gli scout non dispongono dell’artiglieria pesante: dopo l’ammissione dei gay nell’esercito, gli scout potevano far finta di nulla? Sicuramente la novità introdotta nell’esercito americano ha influenzato lo spirito di rinnovamento all’interno dell’associazione scoutistica, anche se la decisione rimane controversa e si temono scissioni, oltre che tagli ai finanziamenti.

I conservatori attaccano alla grande:ad esempio Austin Ruse, presidente del Catholic Family and Human Rights Institute di Washington, ha detto che questa decisione “cambierà completamente il mondo degli Scout, riducendone drammaticamente il numero”. A suo dire: “I gruppi cattolici e mormoni lasceranno semplicemente l’organizzazione.”
Il problema più grande, secondo Janet Porter di Faith2Action, è che “questi ragazzi confusi, che sono attratti sessualmente da altri ragazzi, possano andare in campeggio con i nostri figli, nella stessa tenda”, mentre la conduttrice radiofonica Linda Harvey prevede che «il clima di assenso eroderà i codici etici di ogni altro ragazzo. Distruggerà la dipendenza dei giovani dalla Scrittura e dal rapporto con il Dio Vivente Onnipotente e Salvatore, Gesù Cristo. I genitori dei Boy Scout e i capi gruppo sarebbero degli ingenui se davvero credessero che la mafia rosa (la lobby gay, N.d.T.) si fermerà qui». Come ultima provocazione, la Harvey ha anche proposto di cambiare il nome degli scout: da Ragazzi Scout d’America a Ragazzi Sodomiti d’America.

In verità, contrariamente alle previsioni, la Church of Jesus Christ of Latter-day Saints, (Mormoni) ha detto di apprezzare “le cose positive contenute in questa proposta, la quale aiuterà a costruire e rafforzare la dimensione morale e le capacità di leadership dei giovani”. La Chiesa Battista ha invece deciso, dopo un vivace dibattito fra le sue componenti, di resistere e lottare dall’interno, chiedendo a chiese e famiglie che scelgono di rimanere in relazione con i Boy Scouts di impegnarsi per ottenere l’abrogazione di questa norma pro-gay, opponendosi peraltro a qualsiasi altro futuro cambiamento che tenti di modificare le disposizioni relative ai capi ed ai membri dell’organizzazione, “allo scopo di modificare la condotta sessuale ‘normale’ che è espressa nella Bibbia”.

La Chiesa cattolica per il momento non prende posizione: attenderà fino al prossimo 1 gennaio, quando l’apertura ai gay diverrà effettiva, per decidere cosa fare. E’ probabile comunque che si ispirerà ai regolamenti vigenti nel nostro Paese, dove la Chiesa cattolica, potremmo dire, è ” leader del settore”, dal momento che gestisce i gruppi Agesci (176.000 soci) e gli Scout d’Europa Cattolici (19.000 soci). In Italia non vi sono divieti così rigidi e tra i giovani nessuno è escluso, a prescindere non solo dall’orientamento sessuale, ma anche dalle differenze etniche e perfino religiose. Le cose tuttavia, anche in Italia, cambiano profondamente per quanto riguarda i capi-scout, che anche da noi non sono bene accetti se omosessuali, ma anche se divorziati.

Lo scoutismo italiano conta complessivamente 220mila persone, tra scout e guide, ed oltre alle due associazioni cattoliche menzionate vi è anche il Corpo Nazionale Giovani Esploratori ed Esploratrici Italiani (CNGEI), con 12.000 iscritti. I gruppi scout laici sono dunque una minoranza, come avviene del resto anche negli Stati Uniti, dove il 70% dei gruppi scout sono gestiti da organizzazioni religiose, (37% Mormoni, 10% Metodisti e solo l’8% di Cattolici) ma, a differenza di quanto avviene da noi, gli atei nei BSA non sono ammessi (chi si dichiara ateo viene immediatamente espulso, come il capo scout che in un campo ammise di non credere in Dio).

Il problema dell’ateismo non è secondario, visto che gli Scout americani devono giurare di “fare il proprio dovere verso Dio e verso il proprio Paese”. Come si fa a giurare di compiere il proprio dovere verso Dio, se si è atei? Ecco dunque il principale motivo dell’esclusione dei senza fede (Per la verità qualche tempo fa si era proposto di cambiare la parola “God” con “good”. La trovata comunque non ebbe successo: malgrado l’assonanza, i due concetti restano molto diversi…).

Molto interessante è, a questo proposito, il parere del Prof. Andrew Koppelman, docente di storia presso la Northwestern University: secondo lo studioso, la religione non era al principio (1910) un presupposto fondamentale nell’organizzazione dei boy scout; essa lo divenne però durante gli anni della Guerra Fredda, non tanto per escludere gli atei, quanto per allontanare i comunisti, che risaputamente sono dei “senza Dio” (si potrebbe dunque concludere a margine del discorso che, ancora oggi, negli Stati Uniti i gay fanno meno paura dei comunisti, che restano il male assoluto).

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Secondo un sondaggio di ABC News-Washington Post del 9 Maggio scorso, il 63% della popolazione americana è d’accordo con la decisione di non escludere i ragazzi gay dai BSA e il 56% ritiene che anche i gay adulti dovrebbero poter essere inclusi come leader (val la pena ricordare che nel 2012 un simile sondaggio di USA Today/Gallup mostrava che solo 42 americani su 100 ritenevano che gli adulti gay potessero essere ammessi come leader degli scout).

L’opinione pubblica infatti sta cambiando rapidamente idea nei confronti dell’omosessualità, sentita sempre meno come una perversione e un indice di instabilità emotiva: alle coppie omosessuali viene riconosciuto un certo diritto alla normalità e all’eguaglianza sociale e non ci sono più discriminazioni, neanche in organizzazioni che in passato sono state fortemente omofobe.

Quando però si parla del proprio privato, della propria famiglia, quanti genitori, in Italia o negli USA, accetterebbero realmente un Akela o un Bagheera gay? Quanti genitori, di fronte a questa situazione, avrebbero timore di eventuali abusi o molestie sui propri figli, da parte dei capi scout?

In Italia viene chiesto ai leaders dell’Agesci di non dichiarare il proprio orientamento sessuale, o anche di “riflettere su un volontario passo indietro”, per il bene della comunità scout. Il gay infatti viene considerato in ambiente cattolico come una persona con problemi sessuali non risolti, causati da uno sviluppo psicosessuale imperfetto, a causa di traumi infantili o insicurezze personali. In questa visione, il soggetto gay viene considerato “recuperabile” solo attraverso una psicoterapia “riparativa” che, vale la pena ricordarlo, non è accettata in ambito scientifico.

Concludendo, malgrado i tanti cambiamenti sociali, tanto in Italia quanto in America, si può tralasciare il timore di influenze negative da parte di coetanei gay, ma la figura del leader continua ad essere caratterizzata da un orientamento eterosessuale: l’educatore, si pensa, è un modello per il suo allievo e l’effetto educativo che il capo ha sui giovani dipende dagli esempi che trasmette, anche a livello non consapevole.

A me sembra che questa residua rigidità nelle associazioni scout dipenda da una visione poco realistica del mondo moderno: si rendono conto gli educatori ed i religiosi che i modelli da cui soprattutto imparano i nostri giovani non sono più quelli dell’ambiente reale che essi frequentano, ma sono, più spesso, dei modelli virtuali che “frequentano” attraverso la tv, internet, i videogiochi e il social networking? Forse è la stessa idea di poter controllare completamente un’organizzazione o uno stile educativo che dovrebbe essere ridimensionata.

Dr. Giuliana Proietti


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Di Dr. Giuliana Proietti

Psicologa Psicoterapeuta Sessuologa  ANCONA FABRIANO CIVITANOVA MARCHE TERNI e ONLINE ● Attività libero professionale, prevalentemente online ● Saggista e Blogger ● Collaborazioni professionali ed elaborazione di test per quotidiani e periodici a diffusione nazionale ● Conduzione seminari di sviluppo personale ● Attività di formazione ed alta formazione presso Enti privati e pubblici ● Co-fondatrice dei Siti www.psicolinea.it, www.clinicadellacoppia.it, www.clinicadellatimidezza.it e delle attività loro collegate, sul trattamento dell’ansia, della timidezza e delle fobie sociali e del loro legame con la sessualità. Sito personale: www.giulianaproietti.it La Dr.ssa Giuliana Proietti presta la sua attività professionale su Clinica della Coppia come Direttrice Scientifica e Terapeuta Senior.

3 commenti su “Omosessualità e boy scout”
  1. Gent. Dott.ssa, spero che la sua non sia una domanda retorica. Ho letto prima di risponderle il suo articolo sul celibato dei preti. Dico subito che sono un ex-allievo salesiano (purtroppo!).Ho vissuto con preti e suore dall’asilo fino alla maturità classica. Erano gli anni dei tabù di ogni tipo (anni ’50-’60). Poi é arrivato e ho partecipato al ’68 (per fortuna!). In merito al suo articolo sul celibato dei preti é davvero difficile dare una risposta esaustiva e dettagliata in tutti i suoi aspetti. Ho conosciuto preti eccezionali e suore eccezionali (Rwanda 1978), preti di notevole cultura e con sguardo sull’umanità a 360 gradi e preti di modestissime capacità e cultura. Nessuno mi hai mai molestato, anche se da adulto e medico ho sentito di molestie subite da altre persone. Non so se effettivamente il matrimonio dei preti possa risolvere il problema pedofilia. Intanto bisognerebbe sapere se nelle comunità in cui esiste del clero sposato se effettivamente tutto ruota a meraviglia. E se il matrimonio del prete fallisse? E se per di più il prete si fosse invaghito di una “pecorela smarrita”? o se, viceversa, la moglie avesse trovato di meglio di una gestione “clericale”? Ma al di là di fatti contingenti, a mio modesto parere esiste un problema culturale di cui paghiamo ancora il prezzo: in seminario andavano coloro che non potevano essere mantenuti dalla famiglia perché troppo povera per mantenere scuola, alimenti ed educazione.Giustamnete lei ha posto l’accento sul valore di serie B della donna nella visione della chiesa cattolica.Opinione rafforzata e legittimata durante il ventennio fascista. La donna era “un utero” che doveva dare figli alla patria e braccia per il lavoro nei campi e per combattere per l’impero fascista.L’onda lunga di questa mentalità perversa ha invaso tristemente gli anni di cui sopra e si é radicata nella gerarchia ecclesiastica in maniera granitica.Per tale gerarchia poteva essere “normale” che il tal prete ogni tanto “si divertisse” con qualche ragazzino o ragazzina. Tocca ai credenti, a quelli che vogliono una chiesa seria e fedele alla Parola evangelica smantellare queste gravissime storture.Si deve partire da un processo di cultura, di conoscenza, di selezione (pochi, ma veramente buoni).Poi che siano polacchi,senegalesi, argentini poco importa.E’ il messaggio evangelico che va testimoniato con tutta la sua profonda rivoluzione (altro che Che Guevara).Ho appena sfiorato gli argomenti. Non voglio tediare. Grazie dell’attenzione.

  2. Gent. Dott.ssa G. Proietti, non so quale sia stato il “primum movens” che ha determinato la stesura del Suo interessante articolo sullo scoutismo e il rapporto con persone gay. Scrivo un piccolo commento su questo sito, dato che in Huffington Post ho già trovato un commento stupido, mentre ritengo l’argomento molto importante, avendo avuto tra l’altro 3 dei miei 5 figli inseriti, come partecipanti, al mondo scout. Ho tirato un sospiro di sollievo quando hanno smesso di partecipare a quelle riunioni, a quelle trasferte e a quelle megariunioni che fanno parte del loro habitus. Il top é stato una “situazione di sopravvivenza” di 3 ragazzi nella campagna bergamasca: mio figlio aveva 15 anni e gli altri 2 17 anni. Sono andato a cercarlo alle 6 del mattino per portarlo a casa. Da allora ho categoricamente proibito ogni partecipazione. La sto facendo breve. Lei giustamente pone attenzione alla condizione scout in U.S.A., ma, come Lei ha scritto, in Italia la situazione é diversa: la chiesa cattolica comanda e controlla, ogni gruppo deve avere un sacerdote di riferimento e quindi é più difficle che ci siano “comportamenti anomali”. A me sembra che di scoutismo non ce ne sia bisogno. I giovani hanno bisogno di qualcos’altro e il mondo scout ha ormai un che di anacronistico, riflettendo in un certo senso quella chiesa cattolica che in Italia ha perso parecchi treni ed é molto indietro rispetto alle esigenze di una spiritualità profonda e seria. Come giustamente dice il teologo prof Mancuso, che conosco personalmente, “se la chiesa cattolica non correggerà alla radice questo cancro della pedofilia al suo interno, non riuscirà più ad essere credibile” non solo per i giovani, ma per tutto il mondo dei credenti e non credenti o,come diceva il Card. MArtini,”dei pensanti e dei non pensanti”.
    Grazie dell’attenzione.

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