infedeltà

In un recente sondaggio negli Stati Uniti si è visto che il 91 per cento degli adulti americani considera il tradimento coniugale come un comportamento moralmente sbagliato, fra i più gravi possibili (Newport and Himelfarb 2013). La grande maggioranza delle persone sposate pensa infatti che la fedeltà sia uno dei cardini del rapporto coniugale  (Treas e Giesen 2000), ma gli studi confermano che il 20 – 25 per cento degli uomini e il 10 – 15 per cento delle donne hanno in effetti rapporti sessuali fuori dal matrimonio (Laumann et al. 1994; Wiederman 1997).

Gli studi sul tradimento si sono concentrati sul genere sessuale (Atkins, Baucom, e Jacobson 2001; Laumann et al. 1994; Petersen e Hyde 2010; Wiederman 1997), sulla razza (Amato e Rogers 1997; Burdette et al. 2007; Treas e Giesen 2000; Wiederman 1997), sull‘età (Laumann et al. 1994; Wiederman 1997), scoprendo che a tradire sono maggiormente gli uomini, in particolare gli afro-americani, i giovani. (Dati USA)

Chi ha maggiore potere nella coppia, più facilmente si coinvolge in relazioni extra coniugali. Ad esempio, hanno maggiori probabilità di tradire le persone che si considerano più attraenti dei loro partners  (Hatfield, Traupman, e Walster 1979), così come le donne che pensano di “contribuire di più” dei propri mariti (Prins, Buunk, e VanYperen 1993) sul piano economico.

Le coppie sposate mettono infatti in comune molte risorse: compagnia, amore, sesso, casa, figli e naturalmente anche denaro (Becker 1981; Safilios-Rothschild 1976; Sprecher 1998). Per questa ragione il/la partner non viene scelto/a a caso, ma si cerca in genere di puntare, per una relazione stabile, su un partner che abbia una certa compatibilità fisica, sia più o meno della stessa classe sociale e abbia simile istruzione (Blossfeld 2009; Kalmijn 1998; Schwartz 2013).

A volte le coppie si formano invece perché si scambiano alcune risorse con altre. Ad esempio, le donne da secoli hanno scambiato la loro bellezza con la posizione socio-economica offerta dai partners  (Taylor e Glenn 1976; Udry e Eckland 1984). Con l’entrata delle donne nel mondo del lavoro tuttavia questi tradizionali scambi nel mercato del matrimonio sono divenuti più simmetrici, sia dal punto di vista teorico (Oppenheimer 1988) che empirico (Kalmijn 1991; Mare 1991; Sweeney e Cancian 2004).

Le coppie in cui entrambi i partners lavorano, guadagnano di più ed hanno minori problemi economici, hanno maggiori esperienze e un maggior numero di argomenti di cui parlare e da condividere (Meers and Strober 2013). Queste coppie si interessano dei figli in modo maggiormente paritario (Raley, Bianchi, and Wang 2012). Tuttavia è evidente che queste coppie tendono ancora ad interpretare gli introiti portati dalla moglie come supplementari (Potuchek 1997), mentre i mariti di mogli che guadagnano molto, sembrano fare molti straordinari e cercare varie opportunità di lavoro per mantenere una parità di guadagno (Deutsch and Saxon 1998). Sempre più spesso tuttavia le donne sono quelle “che portano a casa il pane”, mentre gli uomini si occupano della casa e dei bambini (Bianchi et al. 2000; Fisher et al. 2007).

Chi ha maggiore potere nella coppia (o chi ci guadagna di meno) molto probabilmente sarà la persona che deciderà di porre termine alla relazione.  Alcuni ricercatori hanno scoperto un effetto positivo dei guadagni femminili sulle probabilità di divorzio (Heckert et al. 1998; Jalovaara 2003; Kalmijn et al. 2007; Manting e Loeve 2004; Moore e Waite 1981; Teachman 2010), che è stato interpretato come “effetto indipendenza” (Ross e Sawhill 1975).

Alcuni ricercatori hanno scoperto che le donne che lavorano hanno maggiori possibilità di divorziare (Jalovaara 2003; Kalmijn, Loeve, e Manting 2007; Manting e Loeve 2004; Moore e Waite 1981; Teachman 2010). Rogers (2004) ha osservato che i tassi di divorzio sono maggiori quando la donna guadagna tra il 40 e il 50 per cento degli introiti totali della famiglia, mentre Heckert, Nowak, e Snyder (1998) hanno scoperto che i tassi di divorzio aumentano quando la donna contribuisce ai guadagni familiari in misura del 50 – 75 per cento del totale.

Sayer e colleghi (2011) hanno tuttavia messo in luce un aspetto che sembra andare contro corrente: quando l’uomo è disoccupato (e non guadagna) sia la moglie che il marito possono scegliere  di mettere termine alla relazione matrimoniale. Per quanto riguarda la moglie, si comprende da quanto si è già detto, ma che dire del marito?

Partendo da questo interrogativo, Christin Munsch, docente presso l’Università del Connecticut, ha condotto uno studio sul tradimento “economico” pubblicato di recente nella rivista American Sociological Review in cui ha scoperto dati davvero sorprendenti. Sembra infatti che uomini e donne dipendenti economicamente dal partner hanno maggiori probabilità di tradire (gli uomini hanno in questo una propensione tre volte maggiore rispetto alle donne). Strano, perché essi sanno che il tradimento potrebbe mettere a rischio la loro unione ed il loro potere all’interno della coppia è generalmente scarso.

Eppure, coloro che sono totalmente dipendenti dal/dalla partner hanno una probabilità di tradire del 5,2% contro il 3,4% di coloro che portano a casa un pari stipendio e solamente l’ 1,5% di chi guadagna da solo tutte le risorse familiari. Secondo questa ricerca dunque, paradossalmente chi più guadagna, meno tradisce.

Gli uomini totalmente dipendenti dalle mogli sul piano economico hanno una probabilità di tradire del 15%. Gli uomini meno disposti a tradire (2,9%) sono quelli che portano a casa il 70% dei guadagni familiari, mentre tradiscono solo il 4% degli uomini che portano a casa l’intero reddito familiare.

Concludendo, sembra che non sia (più) vero che chi ha maggiore potere nella coppia sia veramente chi decide il divorzio: in particolare, gli uomini che non guadagnano come la moglie, invece di comportarsi in modo retto per non spiacere la potente consorte, sembrano preferire l’avventura extra-matrimoniale, provocando di fatto la separazione coniugale.

Per la cronaca, il Pew Research Center riporta che nel 2011 negli USA ben il 15% delle mogli guadagna più dei mariti.

Dr. Walter La Gatta

Fonte:
Christin L. Munsch, Her Support, His Support: Money, Masculinity, and Marital Infidelity,  American Sociological Review 2015, Vol. 80(3) 469–495

Immagine:
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